Betty&Books

Quando il vibratore scompiglia l’ordine patriarcale

Le narici del cuore

Dedicato a mia nonna e al suo Antico Sapere…

Scrivo quello di cui mi parla la vita.
Per questo, quando racconto la mia infanzia non posso far altro che imbrattare fogli bianchi
di lacrime d’inchiostro.

Ma, quando la necessità di respirare un po’ d’azzurro diventa vitale, io so cosa fare.
Chiudo gli orecchi e gli occhi del cuore e attivo le sue narici, e ad un tratto ritorna quell’odore.

L’odore della pace, l’odore dell’infanzia vissuta, l’odore di Tolè.

Sa di legna che arde dentro una vecchia stufa di ghisa, di calda crostata alla mostarda, di arance rosse come sangue, di vento freddo che schiaffeggia i volti e sgarbato bussa a porte e finestre, di neve annunciata nei silenzi rumorosi di inverni indimenticabili,di castagni nudi e arrabbiati che scricchiolano le loro bestemmie al cielo… e di lei, di nonna Enrica.

Odorava d’antico e sapone alla lavanda.

Madre di mio padre e di altri quattro figli, la nonna dagli occhi color di notte profonda, e dai lunghi capelli corvini, che di giorno portava raccolti sotto un fazzoletto variopinto, era una strega, la strega del paese.

Aveva la terza elementare, ma sapeva leggere e scrivere discretamente.

Merito del buon cuore della figlia del dottor Dondarini,, da cui andò per serva all’età di otto anni.

La donna, maestra del paese, aveva insegnato alla nonna quello che che” tutti dovrebbero imparare. Leggere e scrivere sono le basi della libertà.”

Fu il primo insegnamento che la generosa signorina le impartì.

Divenne il mantra con cui la nonna scandì la sua e le nostre esistenze..

Le mie sorelline ed io trascorrevamo tutto l’inverno con lei, fino a quando la scuola non entrò nelle nostre vite e fummo costrette a diminuire i giorni in cui eravamo orfane felici di genitori viventi e salve dalle violenze di nostra madre.

Venivano anche dai paesi vicini a chiedere aiuto All’Andrìca, così chiamavano in dialetto la nonna.

La pregavano di scacciare il malocchio, che la vicina o la parente invidiosa aveva loro gettato addosso, o di farli parlare con un loro caro che la morte si era portata via.

E lei, L’Andrìca, silenziosa e raccolta ascoltava tutti, accontentava tutti, aveva per tutti una buona parola.

Non voleva soldi, non ci si fa pagare le buone azioni, ripeteva a coloro le offrivano danaro.

Allora questi ritornavano con doni vari: uova, dolci, formaggi e quando portavano conigli o galline, questi erano già ammazzati e puliti.

Perché tutti sapevano che L’Andrìca non era mai riuscita ad uccidere un animale, nemmeno in gioventù,nei momenti di fame più nera .Come faccio ad ammazzare una creatura che mi guarda-si giustificava, preferendo cucinare la solita polenta di castagne.

La nonna possedeva vecchi tarocchi, li aveva avvolti in una stoffa di seta rossa, protetti da un santino della Madonnina di Lourdes, e da qualche grano di sale.

Quelle carte ingiallirono col trascorrere del futuro che, attraverso esse rivelava le sue sorprese.

Per essere sicura che una persona era vittima del malocchio, la nonna, metteva in una tazza colma d’acqua di fonte tre gocce di olio d’oliva, se le gocce non si univano tra loro formando una sola macchia oleosa, voleva dire che il malcapitato era stato colpito dai proiettili dell’invidia, allora si procedeva col rituale di purificazione.

Si faceva sedere “l’ammorbato” accanto alla stufa, il fuoco purifica– diceva la nonna, gli metteva al collo un vecchio rosario di legno, con le mani nodose gli segnava sul ventre, sul cuore e sulla fronte

la croce di Sant’Andrea e incominciava a sussurrare la sua litania incomprensibile.

-e’ la mia preghiera di protezione-rispondeva ferma a chi le domandava che cosa dicesse-devo capirla io , Dio e la Madonna- e concludeva facendosi il segno della croce.

L’unica cosa certa di tutto quel suo enigmatico teatro era che gli assistiti dopo stavano bene. Se accusavano mal di testa all’arrivo, se ne andavano senza dolore. Ricordo, per fino, che chi arrivava con brividi di febbre faceva ritorno a casa fresco come una rosa!

Le mie sorelline durante i riti venivano allontanate.

La nonna le mandava a giocare dalla zia Gigia, la figlia più anziana, avuta da un uomo di cui nessuno seppe mai l’identità.

Io potevo restare.

Sempre, durante la lettura delle carte e i rituali, sentivo un formicolio pervadermi la parte sinistra del corpo, sopratutto la mano. Quando chiesi spiegazioni alla nonna mi rassicurò che era normale, è lo Spirito che ti parla, sorrideva orgogliosa.

Molto più tardi, quando iniziai i miei studi sull’esoterismo mi fu spiegato che i sensitivi spesso hanno come canale per l’ Energia, il lato superiore sinistro del corpo, la parte del cuore.

La nonna capì, anzi ne ebbe la certezza, che io ero l’erede alla quale tramandare oralmente l’antico sapere, quando io, ancora molto piccola le confessai di avere udito la voce di un vecchio castagno, che abitava i nostri boschi.

Io e la mia gemellina, amavamo profondamente “il gigante buono con la pancia aperta”, come chiamavamo il grande castagno dal tronco cavo, dentro cui ci nascondevamo per giocare al “mondo magico”. Ci sembrava lontanissimo da casa, e noi cucciole eravamo felici dell’autonomia conquistata.

Senza adulti che ci tenevano la manina, potevamo esplorare i confini della terra.

In realtà il sentiero che portava al castagno era di fronte a casa e l’albero, che stava sul margine del bosco, lo si poteva scorgere dalla finestra della cucina.

Anche questo devo alla nonna Enrica, il fatto di averci spinte, senza mai farci sentire sole, a sperimentare la libertà, insegnandoci quanto è importante e di come più si è liberi e più si deve essere responsabili di se stessi e degli altri.

Potevamo avere cinque anni il giorno in cui il mondo magico mi spalancò per davvero le sue porte.

Aveva iniziato a nevicare, e Manola temendo che la neve coprisse le nostre impronte che, come ci aveva insegnato la nonna, erano la nostra certezza di riuscire a ritrovare la strada del ritorno, non mi seguì fino al castagno, preferendo tornare a casa.

Io proseguii lo stesso.

Amavo già violare le regole, la neve e l’inverno…

…Arrivai al gigante di legno, che mi attendeva con la sua aria di papà buono e svelta mi infilai nel suo ventre.

Ricordo di avere udito, all’improvviso, una voce che veniva da fuori, tanto che pensai ci fosse un uomo davanti all’albero e mi spaventai.

Mi accovacciai nel tentativo di sparire, ma quella voce continuò.
Mi disse di non avere paura, che era la voce dell’albero. Era calda e rassicurante.

Più l’ascoltavo più l’odore del legno e della terra bagnati mi inebriavano l’anima, fino a confondersi con l’odore di legna che arde, di calda crostata alla mostarda, di sapone alla lavanda…ad un tratto mi parve di ascoltare col naso ed annusare col cuore.

So che mi girò la testa e corsi a casa.

La nonna era sulla soglia a braccia conserte, avvolta nel suo scialle di lana nera.
Mi accolse abbracciandomi-Entra, c’è la torta che ti piace e il latte sul fuoco. Entra che nevica!-

Entrai e le mie sorelline mi accolsero rimproverandomi che avevano avuto paura per me –Non è successo nulla- intervenne la nonna- mangiate la torta che è buona così diventate buone anche voi.

La pregai di seguirmi in camera, perché mi aiutasse a liberarmi dagli abiti gelidi.

Quando fummo nella stanza l’abbracciai stretta, le arrivavo alle ginocchia, mi avvinghiai alla sua lunga gonna di lana e la respirai.

Inalai la sua essenza antica.

Ebbi la sensazione che fossimo un unico corpo.

Le raccontai che il castagno mi aveva parlato.

Sorrise-Tutti ci parlano se li ascoltiamo-

Non dirlo alla mamma…lo sai che si arrabbia sempre…poi picchia Manola…-

Per la mamma tutto diventava una scusa per far violenza alla mia gemellina, sulla quale sfogava tutto il suo odio per le femmine della terra.

-Non preoccuparti, è il nostro segreto…-

Morì a novantotto anni portandolo con se.

Le confessai, successivamente che quella voce si era trasformata in un profumo, il profumo di Tolè.

E’ normale. Il cuore ha occhi, orecchie e narici- e sul mio petto, con un dito, parve disegnarli.

Da quel giorno la nonna Enrica mi parlò spesso di un mondo dove tutto si unisce, facendomi capire che sono le forme con cui ci manifestiamo su questa terra che ci fanno apparire diversi gli uni dagli altri, ma in realtà siamo un tutt’uno.

Mi iniziò all’arte dei tarocchi e mi insegnò come scacciare le energie negative, più comunemente dette malocchio.

Io scrissi una preghiera, come lei fece prima di me, e sua madre prima di lei, con cui proteggermi durante il rituale di purificazione.

Ma l’insegnamento più importante della nonna fu che nel nostro petto ci sono occhi, orecchi e narici ,come se in noi esistesse un secondo volto nascosto.

A distanza di tanto tempo, ancora adesso, quando voglio pensare a episodi sereni della mia fanciullezza, chiudo gli occhi del cuore, che hanno visto cose terribili, chiudo i suoi orecchi, che hanno udito parole dolorose, e attivo le sue narici.

D’un tratto il profumo della legna che arde, della crostata alla mostarda, del sapone alla lavanda, della terra e del legno bagnati,si fondono con l’odore gelido della neve più silenziosa e bianca che io abbia mai visto… allora ritornano, come boccata d’azzurro puro, quei brandelli d’infanzia vissuta, quando le mie sorelline ed io pensavamo che anche per noi potesse esistere l’Amore…e il mio cuore torna a respirare l’odore della pace, l’odore di Tolè.

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