Betty&Books

Un approccio alla sessualità libero e consapevole.

Bruxelles in semi-solitaria

Oggettivamente: a priori, in un’ipotetica classifica dei luoghi worth to see, Bruxelles non la inseriremmo tra i primi dieci. Manco tra primi venti.

O almeno per chi come me ha fatto studi politologi e dopo cinque anni pensa al Belgio come alla sintesi dell’Unione Europea e prova disagio.

Disagio per quello che alla triennale era un meraviglioso sogno integrazionista supportato dai mesi danzerecci e beverecci dell’Eramus che nel post-laurea si è inesorabilmente trasformato in un senso di malessere verso una città-contenitore di tirocini non retribuiti e di aperitivi tra colletti bianchi.

Un vortice in cui ti auguri di non incappare negli anni a venire.

Riflessioni dimenticate alla svelta appena mia madre ha accennato alla possibilità di raggiungerla nella capitale belga per qualche giorno.

A quel punto è scattato il trip. Si è aperta l’ipotesi “essere altrove”.

Non è politicamente corretto, lo so. Ma in mezz’ora ho dimenticato le ragioni famigliari per cui partivo, contattato gli amici che avevo in loco, comprato il biglietto aereo, controllato il meteo, inviato mail ad attiviste queer bruxelloises.

Dieci giorni dopo atterravo a Charleroix, mi buttavo sul primo city shuttle di passaggio e raggiungevo la Gare Centrale di Bruxelles dove il caro amico Antoine sarebbe arrivato a prelevarmi.

Era la mia seconda volta nella capitale belga. La prima non conta molto dato che si era trattato di una visita di tre giorni alle istituzioni.

Ora ero ospite a casa di amici e libera dai vincoli da viaggio collettivo. Fin troppo, dato che l’attitudine “non è ho mezza” era abbastanza in voga tra le mie conoscenze locali e quindi venivo sguinzagliata per la città in solitudine per intere giornate mentre i local, invece di farmi da ciceroni, se la dormivano. Rimanifestandosi solo nelle ore in cui il consumo di alcool in grandi quantitativi è socialmente accettato.

Ma va bene così, finalmente avevo la città ai miei piedi nel senso materiale del termine dato il mio approccio pedestre alla mobilità. Utilizzo i mezzi solo se strettamente necessario e questo non è sempre accolto positivamente.

Il primo giorno a Bruxelles sono partita dal Parlamento, dove mi ero recata per dire “ciao” a mia madre (mai più rivista fino al mio rientro in terra natia) per poi camminare fino al Palais de Justice passando per Place Royal e Rue de la Regeance. Il palazzo si trova in Place Poelaert su una piccola altura ed è costeggiato da una terrazza affacciata sulla parte più bassa di Bruxelles. La vista è ampia e decadente. Pezzo forte della view l’ecomostro fatiscente su cui campeggia la scritta “Hollywood”. Geniale.

Un panorama più sporco di quello offerto dal Mont des Arts (che affianca museo Magritte, Biblioteca Reale e lo splendido edificio dell’Old England il museo degli strumenti musicali) da cui si scorge la Grand Place.

Tornando verso il centro ho attraversato la piccola Place du Grand Sablon che ho scoperto essere costellata da botteghe di cioccolata e negozi di arredamento. Da segnalare la pasticceria Pierre Marcolini. Credo che davanti alla vetrina ci sia ancora la mia sagoma. E la boutique Patrick Roger Chocolatier il cui interno è ornato da sculture in cioccolato.

Avanzando sulla sinistra si arriva a Place de la Chapelle. Qui è stato installato uno skate park molto cool in cui mi sono fermata qualche secondo ad ammirare sbarbi e sbarbe ondeggiare su e giù per la struttura ricoperta da graffiti, rimpiangendo di non essere nata in California negli anni ’70.

Dopo essere rientrata per una breve siesta ho trascorso il pre-serata sorseggiando birra al Bar du Marché, brasserie giovane e accogliente vicino a  Place Flagey nel quartiere Ixelles,  per poi terminare la nottata al The Wood, club dedicato all’elettronica situato in una location piuttosto insolita: una piccola struttura in mattoni faccia a vista all’interno di un bosco (Bois de la Cambre). Ottima atmosfera e barista molto somigliante ad Agador Spartacus.

L’indomani mi sono direzionata verso il museo del fumetto come prima tappa della giornata.

L’esposizione si trova in Rue des Sables all’interno di un edificio in perfetto stile art nouveau disegnato da Victor Horta nel 1906. Al suo interno un percorso di ricostruzione storica del fumetto, mostre permanenti e temporanee, una biblioteca, un centro di documentazione, una libreria e una brasserie. Qui tutta la mia attenzione è stata destinata all’allestimento dedicato alla bande dessinnée rumena, terra che porto sempre nel cuore e che mi riaccoglierà tra meno di una settimana.

Il pomeriggio invece, è stato completamente dedicato alla scena LGBTQI locale. Anche perchè il giorno seguente avrei incontrato Aicha, attivista di un’associazione che si occupa di transessualità, e volevo essere un attimo sul pezzo.

L’area frocia di Bruxelles è quella che circonda la strada Marche au Chabron in cui è collocata la Rainbow House, baluardo della comunità arcobaleno. Una sorta di Cassero bruxellois ma più inclusiva rispetto al centro bolognese.

È la casa di una pletora di organizzazioni francofone e fiamminghe che gravitano nell’universo LGBTQI locale, tutte riunite in un’unica struttura che funge da sede, centro informativo, d’incontro, spazio culturale e luogo di festa. Nelle sue stanze i gruppi si alternano, si incontrano e coabitano.

È anche café e punto di reindirizzo per assistenza medica, sociale e psicologica. Insomma: na meraviglia.

Nell’area circostante, tra vie laterali e parallele, una costellazione di locali e negozietti etero-friendly che messi insieme definiscono un piccolo village gay.

Il mio pellegrinaggio queer si è concluso con una birra al Cafe Les Halles St. Géry. Ex mercato delle carni, l’edificio è oggi luogo di socialità e di cultura che ospita, oltre all’ampio spazio occupato dal bar, continue mostre di arte contemporanea. Dettaglio lungimirante: i menu a forma di vinile su cui campeggia la scritta: “If you steal me, make us famous and post a picture on facebook”.

Dopo una cena veloce da Fritland (dietro al palazzo della Borsa), dove ho ingurgitato n’importe quoi, anche la seconda giornata si è conclusa tra le danze. Serata a tema “Hipster” al club Mirano, in teoria. In pratica ero l’unica che avesse rispettato il dress code. Sembravo mia nonna.

L’ultimo giorno a Bruxelles è stato sicuramente il più interessante. Finalmente ho potuto concretizzare un po’ di networking transfemminista. Dopo una passeggiata dal Parc de Bruxelles al Parc du Cinquantenaire mi sono spostata nella zona di Porta Namur dove avrei dovuto incontrare Aicha. L’appuntamento era per le 16.30 al Blomqvist Espresso Bar.

Aicha è arrivata sei anni fa a Bruxelles per un dottorato. È femminista e volontaria presso l’associazione Genres Pluriels, dove si occupa di lobbying e di relazioni con partner internazionali.

GP è nata nel 2007 con l’obbiettivo di valorizzare e tutelare le identità “fluide”: transgenere, transqueers, cross-dressers e stati intersessuali. È l’unica associazione nazionale con un profilo istituzionale e anch’essa si riunisce ed opera all’interno della Rainbow House.

Abbiamo chiacchierato di attivismo, femminismo e Gay Pride confrontando le nostre diverse esperienze personali e i contesti culturali in cui abbiamo vissuto.

Mi ha raccontato che per il contesto belga Genres Pluriels è considerato un attore radicale, nonostante i link diretti con istituzioni e uomini politici. Etichetta rovesciata rispetto all’approccio italiano.

In Belgio l’attività di lobbying è maggiormente accettata, non solo per questioni legate alla tradizione politica del paese ma più semplicemente per ragioni di “dimensione”. Lo stato è piccolo, il corpo dirigente più facilmente avvicinabile ed aperto alla mediazione.

La legge che disciplina il cambiamento di sesso è molto recente, risale al 2007, ed approccia la questione in modo medicale e patologico. Genres Pluriels si batte per avvicinare la legislazione belga a quella argentina, considerata un esempio di avanguardismo in materia.

Abbiamo parlato di rotture all’interno del movimento LGBTQI. Se in Italia lo spartiacque è la scelta di intraprendere o meno un percorso istituzionale e quindi “di struttura”, in Belgio la linea di frattura corre sulle differenze linguistiche e vede gruppi francofoni e fiamminghi separati ed autonomi nello sviluppare il loro discorso politico, con un maggior flusso di risorse finanziarie verso le realtà néerlandophones.

Per questo prima del Pride nazionale del 12 maggio a Bruxelles si erano già svolte tante piccole mini-parate nel resto del paese e il Rainbow Pride di imprinting fiammingo a Bruges.

Aicha lamentava poi la totale assenza di associazioni femministe lesbiche sul territorio.

Queste sono, in sintesi, le informazioni che ho raccolto.

Dopo un pomeriggio così positivo sul piano umano, nel resto della giornata non potevano che palesarsi scenari apocalittici.

Senza il becco di un euro, con la carta di credito smagnetizzata, ho terminato le mie ultime ore a Bruxelles rimbalzando tra vari bar intorno alla zona di Place St. Gery nell’ansia di non avere abbastanza danari per poter pagare il taxi che mi avrebbe accompagnato fino alla stazione dei bus per l’aeroporto. I miei amici sembravano non capire e continuavano a offrirmi birre, quando l’unica forma di liquidi che desideravo in quel momento erano dieci maledettissimi euro per rientrare in Italia.

La mia permanenza si è quindi conclusa ai gates di Charleroix intorno alle 5.30 di mattina. Io malinconica e famelica che passavo in rassegna ogni bar consapevole del fatto che con 1 euro e 20 cent in tasca non potevo permettermi niente tra tutto quel ben di dio fumante esposto nelle vetrine. Alla fine, vinta dal destino, mi sono trascinata fino a una macchinetta della ristorazione automatica e ho trascorso gli ultimi minuti in terra belga mangiando un triste gaufre industriale.

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