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immaginari contemporanei da un’ottica di genere

L’ordinarietà della violenza

Il male è banale e la violenza in fondo non ha nulla di straordinario. Anche quella sessuale. 

È un pattern, un archetipo culturale con cui dobbiamo sempre fare i conti. E – come non ci stanchiamo mai di ripetere a contrasto di certe derive securitarie e razziste – chi stupra lo fa più spesso tra le pareti della sua stessa casa che dentro quel vicolo oscuro che rende cinematograficamente così bene.

Je suis ordinaire (Sono ordinaria) un cortometraggio di appena due minuti della giovane attrice e regista francese Chloé Fontaine, gioca proprio sul parallelo tra un film, Irreversible, che è ormai quasi un canone nella narrazione visuale della violenza sessuale – contiene un piano sequenza di 17 minuti nei quali Monica Bellucci viene stuprata e picchiata – e la possibilità della violenza quotidiana che si riproduce negli spazi di intimità più spesso di quanto vorremmo.

Il piccolo, provocatorio film sta generando dibattito e sconcerto, perché ci interroga direttamente (uomini e donne) e ci chiama in causa: quante volte ci è successo? Quando abbiamo avuto la capacità di riconoscerlo? Abbiamo mai rinegoziato il significato di quell’atto con la persona che ha agito la violenza?

L’invito è a non interpretare quest’opera aperta come un semplice j’accuse in una scontata guerra tra sessi in cui le donne sono sempre vittime e gli uomini solo aggressori. Del femminismo amiamo la spinta dialettica e una cultura del consenso si costruisce a partire dal riconoscimento che di una dinamica di oppressione così normalizzata siamo tutti e tutte complici.

Senza dare per scontato un posizionamento che come donne ci deresponsabilizza, cerchiamo di aprire uno spazio di discorso nuovo, che scommetta sul protagonismo di tutti i soggetti in causa.

Lo sciopero dell’8 marzo ce l’ha insegnato: c’è un mondo da cambiare, una “normalità” da ribaltare e ricostruire a misura di soggetto (uomo, donna e tutto ciò che c’è in mezzo e oltre).

Tu da che parte stai?