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immaginari contemporanei da un’ottica di genere

I Love Dick la serie televisiva che è un manifesto della female gaze

Per parlare della serie tv I Love Dick è necessario partire dalla sua fonte letteraria, il romanzo epistolare omonimo passato semi-inosservato all’epoca della sua uscita nel 1997, per poi diventare parte della lista dei feminist cult classic della cultura contemporanea.

L’incontro di Jill Soloway (la mente dietro un’altra serie Amazon, Transparent) con il libro e la sua autrice, Chris Kraus, è stato decisivo: appena letto I Love Dick, la Soloway decide di farne una serie tv che possa ricreare fedelmente il romanzo dai forti tratti autobiografici della Kraus: “ I Love Dick is not just about adapting the book, but about trying to record the feeling of what happens when you read the book”.

Jill Soloway e Sarah Gubbins

Perché un libro così intimo, così autoritrattistico da sembrare un selfie, che racconta il risveglio sessuale e artistico di una regista fallita, è stato in grado di significare così tanto per tante donne da farlo diventare un manifesto televisivo della female gaze?

“I don’t necessarily know what the female gaze is, but I’m in the process of excavating it, just like a lot of women are. It starts with an attempt to recognize how much being seen stops us from being. I’ve also been thinking about defining a Heroine’s Journey as a story that moves in spirals or circles, instead of the Hero’s Journey, which is more of an arc. That’s why this book was so exciting to me: Chris was falling backward and spiraling down heroically. I felt like I was able to finally read the trajectory of someone who wasn’t succeeding on male terms. Were any man to look at this woman, they would say, “She’s crazy, she’s a slut, I don’t like her,” but when a woman reads the book, she says, “She’s my hero, I am her, and the more they don’t like me, the further this thing goes.”.

(L’intera intervista è qui)

Il motivo ha senz’altro a che fare con cos’è la female gaze nell’arte e nello spettacolo: qualcosa che non ha ancora una definizione. Come si fa a capire come raccontare il punto di vista femminile nel modo giusto, quando questo non è stato mai raccontato abbastanza da essere codificato?

Come si racconta DAVVERO una storia con sguardo femminile, senza cadere nei termini che lo sguardo maschile ha creato per i propri racconti e reso canone? L’ideale è trovare una storia in cui la protagonista non vinca nel modo in cui tradizionalmente vince l’eroe delle storie a cui siamo abituate: la protagonista della serie e del libro (che sullo schermo è la bravissima Kathryn Hahn) è una fallita sia umanamente che professionalmente: una quarantenne insoddisfatta, con un matrimonio infelice, che si innamora non corrisposta di Dick (interpretato da un sensuale e roccioso Kevin Bacon) e che nel corso del processo di seduzione distrugge l’immagine pubblica di sé, la reputazione propria e del marito.

Kathryn Hahn e Kevin Bacon

Il ritratto di Chris corrisponde a quello del loser comico per eccellenza, che non abbiamo difficoltà a vedere ovunque nella tv e nel cinema americano nella sua versione maschile, ma che nella sua versione femminile è quasi impossibile da trovare. Difficilmente, inoltre, ci vengono proposte come protagoniste donne non più giovani che non sono madri, che non hanno avuto successo nel lavoro, che non sono più desiderate dagli uomini come prima; e se esistono, sono spesso destinate all’arco narrativo definito dal male gaze: destinate quindi a cambiare, a “maturare” e ottenere una qualche forma di successo in forma convenzionale, o a essere marginalizzate e ridicolizzate, ridotte a stereotipo in caso questo processo di normalizzazione non avvenga.

Il percorso che la Solloway sceglie per Chris intende invece farsi portatore di uno sguardo diverso, quello del female gaze appunto, consentendole di eludere il ruolo di figura tragicomica, vittima del sistema che la esclude per la sua non conformità, grazie alla sua capacità di non “crescere” ma di evolvere, senza mettersi da parte. Chris esprime il coraggio di essere sé stesse e superare ogni tipo di stigma, che sia verso la possibilità di esprimere desiderio sessuale, che sia verso un comportamento che si discosta dall’idea di come dovrebbe essere una donna, che sia verso l’auto realizzazione nell’arte che passa attraverso l’ossessione per un uomo.

Le lettere che Chris scrive a Dick sono il mezzo per esprimere quest’arte, piene di un desiderio che trascende la persona reale (che lei neppure conosce, in fondo) per indirizzarsi a lui prima come il simbolo della mascolinità cui rivolgere il proprio desiderio, poi come idolo da abbattere per riconquistare il proprio modus espressivo intrinseco e personale, non mediato e non limitato dalle regole e dai confini imposti dallo sguardo maschile.

My entire state of being’s changed because I’ve become my sexuality: female, straight, wanting to love men, be fucked. Is there a way of living with this like a gay person, proudly?

Per la Soloway, I Love Dick è il racconto esemplificativo, il viaggio dell’eroe visto dal punto di vista del female gaze, disseminato di tracce visive e uditive che sono tutte lettere d’amore a sé stessa, ma anche all’arte stessa, alle donne, al sesso, all’onestà.

Un viaggio che termina con un finale aperto e apertamente ribelle a ogni tipo di lieto fine, ma che arriva al suo culmine nel quinto episodio, diretto dalla stessa Soloway, composto da 20 minuti di monologhi di personaggi femminili sull’arte e sul loro risveglio sessuale, tutti rivolti a Dick come ossessione e simbolo aspirazionale di una mascolinità senza compromessi, al tempo stesso idolatrata, invidiata e odiata come punto di arrivo impossibile di autorealizzazione.

La serie provoca, osa e mescola riferimenti culturali tra i più disparati con il sesso e la nudità espliciti, la slapstick comedy e il dramma di coppia; una visionarietà che si realizza appieno nei frammenti di cinema sperimentale, negli spazi vuoti del museo, nei paesaggi giganteschi del Texas e nella realtà rarefatta di Marfa, città utopistica votata all’arte ma anche piccola comunità chiusa che fa esplodere i conflitti per vicinanza e per noia.

Quando vedrete I love Dick, abbandonatevi, come la protagonista, a un viaggio che da fuori vi porterà dentro di voi e poi vi riporterà all’esterno, pronte ad abbracciarlo nella sua interezza, debolezze e sconfitte comprese.

Eugenia Fattori.
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