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Estetica Pin-Up

Corsetti, vita alta, labbra rosso fuoco e autodeterminazione: ecco gli elementi indispensabili per definirsi una Pin-Up del Ventunesimo secolo. 

Se l’argomento vi interessa, mettetevi comode con un bel bicchiere di vino. Saremo lunghe. Ah, questo articolo di Betty&Books è stato pubblicato nell’inserto “Queer” di Liberazione nel 2007. L’abbiamo ripubblicato con delle lievi modifiche (noi sì che siamo sul pezzo).

Negli ultimi anni ci sono state delle variazioni nella trasmissione dell’estetica Pin-Up, fino a qualche anno fa relegata alla sola scena “rock-a-billy” e rivolta alle ortodosse dello stile. Se negli anni ’50 il modello estetico vincente era quello di una donna occidentale, bianca e minuta (anche se formosa) ora l’estetica Pin-Up si apre in un ventaglio di corpi non omologati, linee del colore libere dalla cornice coloniale dal richiamo “esotico”. Un crossover di stili.

 

La tendenza è di “massa”, nei locali impazza il Burlesque, nell’editoria i servizi di moda propongono modelle formose come Heidi Van Horne o Bernie Dexter, l’estetica rétro è ripresa dall’industria musicale. Lo slip sgambato tanto caro agli ’80/’90 lascia il passo alle culotte, e la sensualità delle Pin-up sembra fare breccia anche nel cuore delle Stars.

Scarlett Johnson è una femme fatale in Black Dahlia di Brian De Palma, mentre Dita Von Teese raggiunge in breve tempo notorietà (e indipendenza dal marito Marilyn Manson) seguendo le orme delle passate Pin-Up e lanciandosi nel mondo del burlesque – spettacolo di varietà nato a fine Ottocento in Inghilterra, parodia dell’aristocrazia con donne svestite.

Anche l’industria del porno mainstream non si è lasciata sfuggire la miscela espolosiva tra Pin-Up e Stars contemporane. Segnaliamo l’esilerante operazione svolta dalla Sinful Comics – casa editrice di fumetti porno – che ha ridisegnato le dive di Hollywood come Pin-up degli anni Cinquanta, abbandonando il “vedo e non vedo” e spingendosi fino a ritrarre la Jolie mentre sottomette Brad Pitt.

Dalla Pin-up mondiale alla Pin-up globale.

La neo Pin-Up è un feticcio come negli anni ’50 quando, all’apice della sua popolarità, generò un “merchandising ufficiale” benvisto anche nelle migliori famiglie, perché non solo sostituiva le fotografie illegali e costose in vendita sotto banco, ma teneva alto il morale delle truppe. La Pin Up mania si diffuse, ieri come oggi, con la complicità della guerra. Nella prima e nella seconda guerra mondiale tra le pagine di Yank, il settimanale dell’esercito americano, si moltiplicarono immagini ammiccanti, inno alla vita o al sogno da rincorrere, ricordavano ai soldati che non esisteva solo la realtà di guerra, non solo l’immaginario della fidanzata fedele e amorevole con cui fare famiglia, ma anche la carica erotica dell’amazzone procace.

Durante la seconda guerra mondiale le Pin-up divengono vere e proprie mascotte dipinte sulla corazza degli aerei da bombardamento. La battaglia di B17 è stato soggetto di un film “The Memphis Belle: A Story of a Flying Fortress”, sul muso una Pin-up, la stessa disegnata nel 1941 da Gorge Petty per “Esquire” nota rivista per soli uomini.

La Petty Girl, ma anche Lady Luck, così come le Pin-up di Vargas e di altri celebri illustratori iniziano ad adornare numerosi areoplani dando vita alla Nose Art.

La ricerca di foto pornografiche sempre più spinte, il Peace&Love che culla l’emisfero occidentale, lascia il passo a nuovi modelli estetici e annuncia il tramonto delle Pin-up, l’appuntamento mensile su Play Boy si chiude nel 1976.

Nel XXI secolo invece, grazie alla retro mania, le rinnovate Pin-up irrompono nuovamente nella scena e i soldati globali le possono scaricare e scambiare in formato digitale sul web. E magari lasciargli un messaggio sul blog.

 

Pin-Up e Qeerness

Ma le Pin-up non sono “solo per uomini” (etero): Marylin e Lauren Bacall non sono forse icone d’eccellenza per alcune “scene” gay?

Il corpo iper sessualizzato della Pin-up se associato a degli elementi di disturbo “poco femminili” come i peli incolti sulle gambe o un rossetto sbavato, si fa beffa dei canoni estetici binari uomo/donna e lo spazio scenico del burlesque si contamina con il dragking.

Il burlesque può quindi essere anche un’occasione di riscatto, un tributo alle diversità come è scritto nella mission di Fierce! International Queer Burlesque Festival di Denver

Fierce! will honor the history of and diversity within the queer burlesque community — celebrating a spectrum of age, race, ethnicity, class, body type, access/ability, and gender expressions. Fierce! will provide kinship and celebration for all, and highlight the talents and contributions of queer and allied burlesque communities and performers throughout the world.

o per fare mostra di un erotismo gestito autonomamente come leggiamo in burlesque.it sito di riferimento italiano

il burlesque è diventato un mondo dominato dalle donne, e non solo in senso numerico…La figura dell’impresario è praticamente scomparsa, perché le performer si gestiscono da sé.

Pin-Up e SoftCore

Il potere contrattuale delle performer sia nella scrittura che nella gestione economica viene però da lontano: a partire dagli anni ’80 la cultura alla prevenzione e al sesso sicuro, gli interrogativi sollevati dal pensiero femminista e lesbico sulla censura della pornografia, hanno reso il linguaggio pornografico terra di conquista per restituire un’immagine della relazione sessuale positiva e vicina a desideri non massificati. Si sono così incrociati i percorsi con le pioniere di quello che verrà poi definito porno attivismo, come Annie Sprinkle che già nell’81 diresse Deep Inside Annie Sprinkle.

Nel XXI secolo la produzione e distribuzione di immaginari sessuali e pornografici si rivolge finalmente anche alle donne e le cose iniziano a cambiare anche in Italia. Alla fine degli anni ’90 le comunità on line legate al SoftCore in salsa Pin-up, come Suicide Girl o la più recente piattaforma italiana Sickgirl per citare le più conosciute, hanno avuto un forte impatto sull’immaginario collettivo: emerge un modello di femminilità che attinge all’estetica delle culture underground, dalle Pin-up dei b-movie anni ’60 e del burlesque, fino a quella più pop dei manga, un modello che seppur senza veli rappresenta l’antitesi dello stereotipo della velina dei programmi televisivi o della Giovannona coscia lunga.

Se una Pin-up per essere definita tale doveva avere come caratteristica fondamentale una postura e un abbigliamento capace di mettere in evidenza le sue morbide e perfette “curve”, per le neo Pin-Up non è più così: anche una taglia 38 o una 56 può orgogliosamente essere mostrata, l’esibizione a pagamento per il piacere dell’utente iscritto alla community è una fonte di reddito, ma anche un’occasione di empowerment per le donne che si riconoscono in corpi non canonici, ma comunque desiderabili (per cui qualcuno è disposto a cercare nel magma della rete).

A distanza di 20 anni la sussunzione di una estetica indie da parte della “moda” ci ha riportato punto a capo, a una forma di omologazione, i segni che prima erano distintivi ora non fanno più differenza, tatuaggi, piercing e stile rétro, sono i nuovi canoni estetici ampiamente diffusi, svuotati di senso e sconnessi dalla sottoculture.

Se volete approfondire il tema delle pornografie potete leggere l’articolo che Slavina ha scritto per noi: Si fa presto a dire porno (feminista).

Le due F: Frangette e Femminismo

Attenzione non facciamoci però ingannare solo dalla moda o sviare dalle forme. Alzate lo sguardo dalle gambe e soffermatevi sulla frangetta, o meglio La Frangetta: corta, nera e curatissima o a punta, che dai primi 2000 è rispuntata anche in contesti alieni come nella scena rave/techno, ricorda o meglio fa il verso a quella di un mito intramontabile: Bettie Page.

La frangia è presente nella storia dell’acconciatura in modo discontinuo, da sempre associata a personalità molto forti come Cleopatra, oppure alle flapper dei ruggenti anni ’20 che hanno ispirato il caschetto corto e nero della femme fatale Lulù interpretata da Louise Brooks

Louise Brooks

Louise Brooks

o Tura Satana nel film Pussicat Kill, Kill!! di Russ Mayer

Tura Satana

Tura Satana

Anche il nostro logo ha una frangetta! Lo vedete? Nel box “About” in fondo all’articolo. Sul volto di BettyBoop abbiamo infatti calato una frangetta nera e a punta.

La frangia è il segno distintivo di Bettie Page, modella dai capelli corvini inizialmente lanciata da Playboy, diventata in seguito una delle Pin-up più conosciute degli anni ’50 e ritiratasi nel suo momento di massimo successo.  Per scoprire le motivazioni che accompagnarono la sua uscita di scena potete scaricare il testo integrale di Bettie Page – In bondage! La pièce teatrale incentrata sulla Pin-up più sexy e misteriosa di tutti i tempi – scritta da Ayzad suo grande estimatore, giornalista e scrittore specializzato nel campo delle sessualità alternative, che abbiamo avuto la fortuna di avere con noi nella sede di Betty&Books.

A oggi Bettie Page è un’icona fetish (mitici i suoi bikini maculati) ma soprattutto rappresenta una sessualità gioiosa e autonoma, perché, alla pari di Betty Boop, in nessuno scatto è in compagnia di qualche uomo, sia quando è in posa con il suo consueto è disarmante sorriso,  sia quando gioca in scene sadomaso con altre donne, ed è in questo senso che la sua fama è cresciuta negli ultimi decenni in qualità di icona “femminista”.

Il modello estetico di femminilità che era stato messo profondamente in discussione dai movimenti femministi degli anni 60/70, viene ripreso, decodificato e riadattato. Fotografie in bianco/nero e illustrazioni vintage sono utilizzate per veicolare contenuti femministi, le neo pin-up ci dicono che possiamo esprimere potere anche con il rossetto ed essere prese sul serio anche con le piume di struzzo tra i capelli. E se mi faccio bella lo faccio per me.

La frangetta è orgogliosamente mostrata con tutto il suo significato intrinseco. La frangetta corta, dritta e dal taglio netto è una presa di posizione.

Tremate le Pin-up son tornate.

p.s.

Questo articolo di Betty&Books è stato pubblicato nell’inserto “Queer” di Liberazione nel 2007. L’abbiamo ripubblicato con delle lievi modifiche (noi sì che siamo sul pezzo).

L’immagine di copertina è di Ryan Heshka artista canadese originario di Winnipeg (Manitoba). (Ivan Quaroni scrive: “Heshka recupera il linguaggio dei fumetti, delle illustrazioni e dei b-movie degli anni Trenta e Cinquanta, attraverso una pittura fantastica e sognante, popolata di pin up, supereroi, robot e mostri alieni che sembrano usciti dalle pagine di una vecchia rivista pulp.”